L’ascesa dei blog pro-ana: un fenomeno socio-culturale sommerso

                                                                                                                                                                                “L’afflizione che non trova sbocco nelle lacrime fa piangere altri organi”

                                                                                                                                                                                  Henry Mandsley (1872)

 

L’attualità e la rilevanza del fenomeno in Italia: La filosofia “Ana”

“Il culto dei disturbi del comportamento alimentare su internet” ha avuto origine negli States negli anni 1998/1999, mentre In Italia si è diffuso dagli anni 2002/2003 attraverso la nascita di blog, di carattere pubblico, simili a diari alimentari, aggiornati costantemente dalle bloggers, e forum di carattere privato, all’interno dei quali, viene condivisa la filosofia ANA.

Cos’è la filosofia ANA?

Per molti giovani, per lo più adolescenti, essa rappresenta uno stile di vita che si condivide attraverso gruppi Whatsapp e blog ad accesso privato, all’interno dei quali ci si sostiene nel perseguire un unico obiettivo, la magrezza assoluta.

Le vittime sono preadolescenti e adolescenti con vulnerabilità a sviluppare un disturbo alimentare, in esordio o con diagnosi conclamata. In nove casi su dieci le partecipanti sono di sesso femminile, tra i quindici e i venticinque anni ma il fenomeno riguarda anche dodicenni che hanno la percezione di ri-trovarsi, rifugiarsi e sentirsi comprese dal gruppo. In questi luoghi virtuali, l’anoressia diventa una fede da portare avanti ad ogni costo, attraverso la condivisione di questo folle ed estremo stile di vita. Le vittime sono per lo più soggetti con tendenza all’isolamento e con difficoltà nella socializzazione con i pari, mentre colui che istiga il gruppo non nasconde il suo problema ma lo espone a quante più persone possibili e ne fa un credo, una filosofia di vita. Ciò che si può osservare nella vittima è un cambiamento nel comportamento a tavola, una ricerca di continue rassicurazioni sul proprio aspetto fisico, un rifugiarsi in bagno appena terminato il pasto, una frequentazione assidua di centri sportivi e cambiamenti repentini del tono dell’umore.

Dalle ricerche sul web emergono diverse tipologie di materiale, utilizzato dai bloggers o dagli amministratori dei gruppi whatsapp, allo scopo di promuovere condotte anoressiche, incentivare il sintomo patologico e far propria la filosofia Ana nelle possibili vittime e seguaci.

Omologandosi alla moda in vigore negli Stati Uniti, le seguaci di Ana adottano come segno di riconoscimento che le distingue e che agisce come rinforzo al loro senso di appartenenza, l’utilizzo del braccialetto di Ana: rosso in cuoio e con un ciondolo a forma di farfallina. Come riportato nei siti web pro-ana, nel momento in cui una ragazza nota il braccialetto al polso di un’altra, è consuetudine indicarlo con l’indice destro, ciò per assicurare di appartenere entrambe alla Filosofia di Ana.

Tale filosofia si discosta totalmente dalla visione di Anoressia come patologia psichiatrica o forma di disagio, pertanto diffonde uno stile di vita che promuove l’indipendenza del corpo dal cibo, accettando la dea Ana come la sola degna di fiducia.

E’ un inno alla distruzione di sé, del proprio sé, che nella fase di sviluppo tipica adolescenziale, vive una fase di separazione-individuazione cruciale: separazione dal nucleo familiare e individuazione nel gruppo dei pari. L’adesione a questa identità Pro-Ana per il giovane adolescente, può comportare un accentuarsi del rifiuto delle cure, poiché nelle terapie, l’identità anoressica è patologica e l’adolescente con una personalità fragile, navigando, interagendo e leggendo i molteplici rinforzi alla patologia potrebbe sviluppare un DCA come adesione emulativa.

Tale fenomeno è espressione del disagio delle attuali generazioni di giovani preadolescenti e adolescenti forse non ancora affette da DCA ma con un rischio altissimo di soffrirne. I DCA sono sindromi, culture bounded e patoplastiche: il disturbo è “plastico”, adattabile, flessibile ai decorsi storici e presente in specifici paesi, soprattutto quelli ricchi e industrializzati. “L’attenzione estrema all’immagine corporea, il culto della magrezza non sono “la causa” dei disturbi alimentari. La loro funzione sembra soprattutto quella di suggerire la strada attraverso la quale un malessere più profondo, grave, strutturale si esprime e cerca una sua risoluzione”. I pazienti con disturbi dell’alimentazione, probabilmente, rappresentano una popolazione di individui vulnerabili che in altri tempi, avrebbero sviluppato forme diverse di patologie. Nell’Anoressia ad esempio c’è un’evidenza a favore di fattori facilitanti, quali possono essere variabili di debolezza e di vulnerabilità personale, precoci esperienze traumatiche, influenze socioculturali che giocherebbero un ruolo importante nel modellare la forma della malattia e i contenuti delle preoccupazioni delle pazienti.

 

Tra lo psichico e il corporeo: l’anoressia nervosa (AN)

Per comprendere le ragioni sottostanti la diffusione di tale fenomeno è necessario continuare a condurre delle ricerche che prendano in considerazione il tema dell’anoressia nervosa (AN) dal punto di vista socioculturale, psicologico e biologico-evolutivo, perché sarebbe riduttivo semplificare la questione prendendo in esame un aspetto tra tanti.

Dai dati emersi in letteratura, il fenomeno pro-ana riguarderebbe maggiormente le ragazze nell’età dello sviluppo, poiché risulterebbero più vulnerabili degli uomini ai temi che si riferiscono all’immagine corporea; il corpo, infatti, rappresenta l’indicatore di valore e bellezza attorno al quale costruire l’autostima, l’autonomia, il controllo e le sicurezze personali. I dati in nostro possesso suggerirebbero che la popolazione clinica rinvia ad un rapporto femmina-maschio di 10:1 per la prevalenza del disturbo tra i giovani individui.

L’anoressia nervosa rientra tra le otto categorie diagnostiche del DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) riguardanti i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione; in esso si specifica che “I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione oppure da comportamenti inerenti l’alimentazione, che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo, che compromettono significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”.

In tale disturbo si assiste all’abbandono della dimensione corporea, sino a scegliere l’identità anoressica come status socialmente desiderabile ed ammirato. La paziente anoressica si esprime mediante il corpo, quanto più sfida la fame, riducendo o eliminando il cibo e/o aumentando l’attività fisica, tanto più trae un senso positivo di se stessa, pertanto è la presenza di quello che possiamo definire un ingorgo emotivo a determinare in talune circostanze il sussistere di un disturbo somatoforme.

Il corpo somatizza e risponde a cognizioni ed emozioni frustranti, inenarrabili e intollerabili attraverso reazioni vegetative. Esso si configurerebbe come un perfetto strumento di comunicazione tra uno stato di sofferenza mentale e uno stato di disagio psichico.

Concorrono all’esordio del disturbo fattori di natura personale, relazionale e sociale. I cambiamenti puberali tipici dell’età adolescenziale mettono dinnanzi alla paura della maturità e alle responsabilità che ne derivano, il timore di perdere il controllo e di non essere capaci di costruire un’ adeguata immagine di sé spinge al recupero di questo controllo da poter esercitare sul corpo, tuttavia il disturbo alimentare può derivare anche da vissuti traumatici, difficili da elaborare e/o fortemente stressanti: separazioni, perdite di persone significative, delusioni, esperienze sessuali negative, situazioni familiari avverse, dinamiche familiari difficili da contrastare (es: madri intrusive e padri assenti), cambiamenti ambientali destabilizzanti, diete rigide dalle quali può derivare l’idea di poter controllare lo stimolo della fame, tanto da percepire un senso unico di autoefficacia.

Il corpo sul quale si materializza il disagio emotivo-affettivo resta il nemico da distruggere attraverso un marcato perfezionismo basato su regole auto-imposte e, come rende noto il fenomeno PRO-ANA, anche attraverso regole prescritte socialmente, inerenti l’adesione delle aspettative altrui.

Richiamare l’etimologia della parola adolescens ci aiuta a riflettere su chi sono gli adolescenti e le possibili vittime del fenomeno pro-ana. La parola deriva dal latino ed è il participio presente di adolescere, che si sta nutrendo: l’adolescente è colui che si sta nutrendo. Non è solo il loro corpo ad aver bisogno di nutrimento, ma anche la loro mente.

Quello che si riscontra in letteratura è che i disturbi alimentari si possono inquadrare come disturbi della regolazione affettiva, e che il deficit in quest’area possa derivare da un deficit nelle relazioni primarie.

All’interno di una relazione primaria i caregivers hanno un incarico indelegabile che, se insufficiente, potrebbe comportare, nelle successive fasi di sviluppo, in particolar modo durante l’adolescenza, deficit nella mentalizzazione e nelle capacità riflessive dei propri vissuti. L’alimentazione rappresenta un “organizzatore psicobiologico fondamentale”: il bambino vive, attraverso la nutrizione, le sue prime esperienze di reciprocità e di corrispondenza enterocettiva, alla base dei processi di integrazione psicosomatica e di regolazione degli affetti.

Si può ben osservare, in questo senso, il collegamento tra disturbi alimentari e disregolazione affettiva, il soggetto presenterebbe: deficit nelle competenze relative all’identificazione delle proprie sensazioni e dei propri stati emotivi e corporei, profonda sfiducia relazionale, incapacità nel comunicare i propri sentimenti e difficoltà nel sostenere i vissuti dolorosi che mostra nel rapporto alterato con il cibo, con compromissione dei livelli di ansia e preoccupazione eccessiva su una o più parti del corpo; tali compromissioni si ripercuotono nel lavoro, nella vita sociale, nell’intimacy. Pertanto per un adolescente in fase di sviluppo, risulta primario il ruolo dei caregivers nel fornire un contesto di accudimento sicuro in grado di procurare al ragazzo/a adeguate risorse psicologiche utili per affrontare i problemi legati alla percezione e rappresentazione di sé nel mondo.

“La finalità delle condotte di questi pazienti sembra essere principalmente quella di regolare le intense emozioni dolorose che non possono essere sufficientemente integrate”. In assenza di adeguate risorse interne per fronteggiare stati affettivi e mentali intollerabili, l’alterato comportamento alimentare assumerebbe così il ruolo di regolatore delle emozioni “dall’esterno”.

Le modifiche del corpo, del pensiero, dei desideri, dell’integrazione del sé, lo sviluppo di una nuova identità sono per l’adolescente l’esito di una metamorfosi del sé e di una fase di ripersonalizzazione. In questa delicatissima fase, il gruppo dei pari gioca un ruolo non secondario ma complementare a quello dei caregivers: il ragazzo/a si ri-trova nel gruppo, in esso si identifica e costruisce relazioni che permettono di accrescere il suo senso di competenza sociale. Se questa competenza non viene incrementata da relazioni costruttive, potrebbe non radicarsi nel sé di ogni ragazzo/a il senso di autoefficacia, l’adolescente potrebbe non possedere la percezione di sentirsi “capace” di stare al mondo, coltiverà un senso profondo di incompetenza e incapacità, di non controllo sulla propria vita e questo si tradurrà in un comportamento teso a evitare tutto ciò che si considera difficilmente gestibile.

Le esperienze di gestione efficace, vale a dire quelle in cui un soggetto affronta effettivamente con successo una determinata situazione, costituiscono la via più proficua per l’acquisizione di una solida fiducia nei propri mezzi.

Prestare attenzione al ruolo che i pari hanno non è di secondaria importanza, sia sul versante relazionale sia su quello scolastico, come stimolo per il confronto sociale e conseguentemente per la necessità di affinare le abilità valutative della propria condotta e prestazione. Possedere elevati livelli di autoefficacia, infatti, ha una risonanza positiva a più livelli: cognitivo, motivazionale, affettivo.

Pertanto il cervello è prima di tutto e soprattutto un cervello sociale.

Gli studi effettuati dalla branca delle Neuroscienze sociali mettono in luce come i mezzi a disposizione degli adolescenti di oggi, computer ed internet, non modificano soltanto memoria, pensiero, attenzione, bensì il comportamento sociale, con una riduzione delle aree cerebrali corrispondenti, come conferma la neuro scienziata Abigail Baird: “quando si tratta di imparare come trattare con le persone, non esiste sostituto virtuale in grado di insegnarlo”.

Per formarsi e crescere, l’adolescente necessita di sperimentarsi e interagire attivamente con l’ambiente (familiare, personale, sociale) per sviluppare l’empatia sociale e il corretto agire sociale, i quali sono frutto di determinate zone del cervello che aumentano di volume grazie all’attività sociale, cioè quando vengono stimolati i centri cerebrali corrispondenti.

E’ stato dimostrato che i media digitali inibiscono le esperienze fondamentali per un sano sviluppo psicofisico. Se il tempo trascorso sui social occupa gran parte della giornata, i giovani non avranno modo di impegnarsi nella realtà sociale. Il dato preoccupante è che attualmente la maggior parte dei nostri adolescenti, instaurano gran parte dei propri contatti sociali in rete, costruiscono la propria sfera sociale nel mondo virtuale, correndo il rischio di non acquisire un’adeguata competenza sociale.

Estendendo questa prospettiva concettuale alla comprensione dei disturbi alimentari in adolescenza, si può comprendere quanto sia “facile” trovare rifugio e comprensione nelle chat e blog pro-ana per un adolescente. Nel momento in cui internet e i social sono alla portata di mano, sono uno strumento utilizzato senza alcuno sforzo, ma con tutto il rischio possibile di trasformarsi in una trappola per soggetti con alta vulnerabilità a manifestare il proprio disagio attraverso il corpo.

 

Contrastare il fenomeno Pro-Ana

Una delle caratteristiche di questi siti e blog, è la difficoltà nel monitorarne nascita ed evoluzione, poiché vengono eliminati e ricreati di nuovi in pochissimo tempo, rendendo arduo il lavoro di coloro che lavorano per la loro eliminazione.

La pericolosità del fenomeno pro-ana è data dalla combinazione della “religione” ANA associata al rischio di identificare il proprio sé con il disturbo alimentare.

Su google sono circa 1.920.000 i risultati che illustrano quanto il fenomeno abbia preso piede, e migliaia i siti pro-ana e pro-mia, ma in Italia manca ancora una normativa al riguardo, in

Parlamento infatti non risulterebbe semplice affrontare il fenomeno a livello legislativo.

Il WEB è uno strumento molto potente, la Polizia Postale necessita di mezzi operativi di censura, perché si tratta di cancellare e oscurare siti che veicolano messaggi fuorvianti e pericolosi.

Deve essere possibile trovare una soluzione che non invalidi la libertà di espressione e che allo stesso tempo tuteli i cittadini.

Per sfuggire ai controlli della Postale la “Filosofia Pro-ana/Pro-mia” purtroppo è da poco approdata su “Whatsapp”, e permette alle ragazze di aggirare il sistema di inserimento nei blog o forum per continuare a dispensare consigli e obiettivi di dimagrimento sulle chat dei gruppi “Whatsapp”.

Le ragazze si conoscerebbero sui blog, dove avviene anche lo scambio dei numeri di cellulare e poi continuerebbero a chattare e a seguire la Filosofia Ana.

Questo rende noto come oggi i giovani cadano in balia di trappole pericolose tramite il web, tagliando fuori la generazione dei genitori che non sempre riescono ad esercitare un controllo sull’uso che i figli fanno dei “social”. L’adolescente sul web è libero di navigare in mondi bui, senza nessuno che possa rappresentare un ostacolo alla realizzazione dell’obiettivo preposto (magri a tutti i costi).

Un fenomeno che ha un impatto devastante sulla vita della persona che ne soffre e che condiziona pesantemente anche la quotidianità della sua famiglia.

In Italia è nata l’ANAD (Associazione Nazionale per l’anoressia Nervosa e i disturbi associati) che ha scoperto più di 400 siti sull’argomento, riuscendo a chiuderne diversi. Il motto è “vale la pena combattere per il tuo futuro”.

Sul sito http://www.anad.org/blog/weightcultureescapesnoone/ è possibile accedere a diverse aree attraverso le quali è possibile chiamare la linea di assistenza ANAD, per qualsiasi domanda, per incoraggiamento, supporto, riferimenti e risorse per il trattamento del disturbo alimentare.

Il piano futuro di ANAD prevede di avere una linea di assistenza 24 ore su 24.

Nel territorio italiano vi sono anche diversi centri di associazione ABA (Associazione Anoressia e Bulimia) http://www.bulimianoressia.it/, impegnata dal 1991 in attività di assistenza, prevenzione, ricerca e formazione professionale nel campo dei disordini alimentari grazie all’aiuto dei sostenitori e soci. ABA è un’associazione senza scopo di lucro, risponde ogni giorno a centinaia di richieste di aiuto attraverso il numero verde 800.16.56.16. Si avvale di psicologi e psicoterapeuti specializzati nel trattamento dei disordini alimentari e offre uno spazio di accoglienza per i familiari e si impegna costantemente in progetti d’informazione e prevenzione nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. L’ istituzione scolastica, il contesto educativo in senso stretto, non è solo una realtà costituita da alunni, corpo docente, operatori e personale amministrativo, ma coinvolge a livello territoriale le realtà di tante famiglie. Nonostante questo gli interventi degli psicologi nelle scuole, si limitano a periodi brevi e circoscritti attraverso progetti rivolti a bambini, adolescenti e insegnanti. I progetti possono prevedere la promozione della salute e del benessere, il contrasto e la prevenzione di fenomeni di rischio e la diffusione di buone consuetudini psicologiche, malgrado si riconosca il bisogno della figura dello psicologo nell’ambito scolastico, l’Italia resta l’unico paese Europeo a non avere tale figura professionale, riconosciuta a livello istituzionale.

La presenza regolare dello Psicologo nella scuola oltre ad essere una grande risorsa per la stessa, rappresenterebbe un “sensore” capace di leggere le esigenze, i bisogni e i disagi e infine coglierebbe le potenzialità di ciascuno studente, che affronta il delicato passaggio verso la vita adulta e con esso tutte le criticità associate.

Per esempio, l’educazione alimentare, come rende noto una ricerca esplorativa nel territorio torinese (2011), è spesso gestita e condotta dalle insegnanti stesse, non affiancate da figure professionali differenti che dovrebbero attuare anche interventi di prevenzione rispetto ai fenomeni di rischio associati ai disturbi alimentari, purtroppo molto diffusi tra i giovani ragazzi. Gli sportelli psicologici per ragazzi nelle scuole spesso incarano la figura dello psicologo come unico interlocutore, destinato ad occuparsi del singolo disagio, ma lo psicologo in equipe con altri specialisti e altre figure professionali sarebbe fonte educativa e preventiva, di cura e supporto dinnanzi a fenomeni socioculturali come l’espansione dei blog/forum “pro-ana e pro-mia”.

Per arginare la diffusione di informazioni distorte provenienti da questi siti, nel ventunesimo secolo non potremmo non servirci anche della collaborazione dei media, case di moda e personaggi pubblici. Attivare delle campagne pubblicitarie è fondamentale soprattutto ad informare l’opinione pubblica, i genitori e le famiglie troppo spesso ignare dell’esistenza di fenomeni di questo tipo. Anche in tale ambito, la figura dello psicologo svolge attività di ricerca sulle tecniche di gestione efficace della comunicazione di utilità sociale.

 

 

  • Psicologa in formazione S.s.d Psicologia A.o.u Policlinico-Giovanni XXIII, Bari
  • Responsabile S.s.d Psicologia A.o.u Policlinico-Giovanni XXIII, Bari

 

Bibliografia

 

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Bulgarelli D., A.Ferrari Pozzato., C.Gavello., C. A. Gallizia., P. Libanoro., S. Natali., S. Spinelli., S. R. Villa., (2011). Il ruolo dello psicologo a scuola per la promozione della salute e del benessere.   Una ricerca esplorativa sul territorio torinese.

 

Caretti V., Schimmenti A., “I disturbi alimentari come disturbi della regolazione affettiva: un contributo di ricerca” in press. In Grazzani Gavazzi I., Riva Crugnola C. (a cura di), Lo sviluppo della competenza emotiva dall’infanzia all’adolescenza. Percorsi tipici e atipici e strumenti di valutazione. Milano: Unicopli

 

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Spitzer M. (2013) “Demenza digitale, come la nuova tecnologia ci rende stupidi” Ed, it. Alessandra Petrelli (a cura di) Corbaccio Casa Editrice.

 

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Sitografia

 

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/22/anoressiaarrivadagliusanuovamaniapoliziapostalesenzastrumenti/476551/

 

http://www.tramenteecorpo.it/it/disturbidelcomportamentoalimentare/anoressianervosa002.html

 

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=70695

 

 

 

 

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